Dopo il referendum consultivo (non vincolante) del comune di Priolo Gargallo, che con il 97% dei no degli elettori ha bocciato l’insediamento di un terminale di rigassificazione nel cuore dell’area industriale, si intensifica l’offensiva dei fautori del sì. Oltre alla Ionio Gas (la società industriale titolare del progetto), che a qualche anno di distanza dall’avvio della procedura autorizzativa, pressata dagli eventi, ha deciso di attivare  una campagna informativa sul progetto (creazione di un sito internet, depliant, spot televisivi, ecc.), alla realizzazione del  rigassificatore danno sostegno i sindacati, minimizzando i problemi di sicurezza posti dall’impianto e enfatizzando gli effetti positivi per l’economia e lo sviluppo della provincia e per il fabbisogno energetico nazionale.

E in contrapposizione ai cittadini e ai comitati che pretendono scelte industriali in grado di garantire sicurezza e compatibilità ambientale, è nato a Melilli un comitato pro-rigassificatore. Una scelta legittima, che lascia però perplessi per le motivazioni che la sorreggono. Si sostiene che senza metano non ci sarà sviluppo, né aria pulita, né risparmio energetico e mancherà il benessere. Si attribuiscono al rigassificatore la proprietà di eliminazione dei problemi occupazionali dell’intero territorio industriale e la previsione accattivante di potere ottenere con la sua realizzazione l’erogazione  gratuita del gas metano.

Le posizioni a favore dell’impianto, comprese quella della Ionio Gas, sfuggono ad un obbligo fondamentale: entrare nel merito del progetto industriale e del rapporto tra questo e la realtà del territorio industriale. Sono infatti queste le obiezioni sollevate dai cittadini di Priolo. E’ indubbio che il rigassificatore è un impianto classificato dalla legge 334/1999 a rischio di incidente rilevante. Le istituzioni hanno glissato sulla corretta applicazione delle norme e sul mancato coinvolgimento del territorio. Quando il progetto della Ionio Gas fu avviato (all’inizio del 2005) era infatti già in vigore la Convenzione di Aarhus (Danimarca) del giugno 2001, recepita dalla legge n. 108 del 2001, che obbligava tutti i soggetti pubblici e privati a coinvolgere le popolazioni e le associazioni ambientaliste nella decisione di realizzare la costruzione di nuovi impianti pericolosi. Un principio che è diventato parte integrante del D.Lgs 238 del 2005 (che ha recepito la Direttiva comunitaria 105 del 2003, la cosiddetta Seveso Ter). Procedure quindi aggirate, negazione del confronto democratico.

Chi si oppone ha portato fino ad oggi sufficienti argomenti per confutare questa affermazione. Rimane  tutto aperto il problema più scottante su cui non bastano affermazioni tranquillizzanti: la sicurezza di un impianto come un rigassificatore con serbatoi di stoccaggio di 450.000 metri cubi, inserito a ridosso di numerosi altri impianti pericolosi (etilene, idrocarburi, ecc.). E’ un problema che tocca un nervo sensibile della popolazione, più volte minacciata da gravi incidenti di impianti industriali pericolosi, ma di gran lunga inferiori al potere distruttivo potenziale di un terminale di rigassificazione.

Esistono, come è dimostrato dalle stesse previsioni di progetto del rigassificatore, problemi di impatto ambientale per le acque del mare e per l’atmosfera: le basse temperature con cui verranno reimmesse in mare le acque utilizzate per la trasformazione del Gnl allo stato gassoso,  l’uso di cloro per il trattamento antivegetativo delle stesse, l’eliminazione dei vapori di metano che tendono a formarsi negli impianti criogenici, attraverso una torcia di scarico, che immette una parte anche se minima di inquinanti. Lo sviluppo industriale deve essere garantito e promosso se i nuovi insediamenti sono compatibili con la sicurezza, l’ambiente e le risorse del territorio; in caso contrario, bisogna essere capaci di cambiare rotta e di promuovere altre opportunità di crescita.

La Sicilia è stata già ampiamente perforata  nell’anima, e Gela, Milazzo, Augusta sono ferite legate agli idrocarburi e a quel modello di sviluppo vecchio. La nuova Sicilia può far a meno di pozzi di gas e petrolio poiché, se vuole,  ha già i suoi giacimenti di risorse che stanno dando i loro frutti. Eccoli:

1) L’Agricoltura Biologica: La Sicilia ha la leadership dell’offerta di prodotti biologici con oltre 8.000 produttori (15,7% delle aziende Italiane) sui 51.000 nazionali, seguita dalla Calabria con 6.300 Produttori e dalla Puglia con 5.600 aziende. Il biologico è un settore in forte crescita con un fatturato complessivo nazionale di 1,5 miliardi di euro, di cui solo in Sicilia si registrano 200 milioni di euro. E il settore, secondo gli analisti economici, crescerà ancora. 

2) Il Turismo:   “Regioni preferite dai turisti stranieri sono Lazio, Toscana, Veneto, Lombardia, Campania e Sicilia. Il Mediterraneo è in cima alla classifica mondiale delle mete turistiche. Attualmente il turismo produce circa il 15% del Pil nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo contro il 5-7% di quelli della sponda nord.

3) L’Agroenergia è il nuovo settore strategico su cui la Sicilia sta puntando. Dopo i grandi risultati del progetto sperimentale Fi.sic.a. (Filiera Siciliana Agroenergia) la Sicilia è pronta a passare alla produzione di energia rinnovabile derivata dallo sfruttamento di materie vegetali o zootecniche (semi, residui o reflui) e diventare leader in Europa nella produzione di biodiesel e bioetanolo grazie al sole. D’altronde, le politiche europee puntano con decisione allo sviluppo delle energie rinnovabili

La Sicilia non può permettersi di sprecare ancora il suo territorio verso attività che non rappresentano la sua vocazione naturale! Le attività estrattive alterano la vivibilità di un territorio. E’ tempo di  puntare su ciò che resta di bello e che si può mettere a frutto per rilanciare l’economia.

Si vedevano teste spaccate, manganelli colpire corpi inermi, calci, pugni e detenzioni.

I cittadini sono scesi per chiedere un loro diritto: il lavoro. Gli studenti per difendere la loro istruzione che poco a poco sta andando in frantumi. Gridano la loro paura durante le manifestazioni. Intendono bene che non hanno alcun peso sociale. Non si rassegnano, ma percepiscono  gli studenti che il loro futuro è da precari.

La classe dirigente non riesce a sensibilizzarsi con i manifestanti (quelli pacifici), e invece si chiude nella sua avidità portandosi sempre a distanze elevate dalle necessità di coloro che lo hanno votato.

Ribadiamo che è un diritto il lavoro; è anche un diritto poter manifestare il proprio malcontento in strada, sempre se fatto pacificamente.

Ma quel che si è visto è che la polizia interviene duramente, in tutte le piazze di Italia, come se le esperienze del passato non sono servite a nulla. Non c’è nessun segno di rispetto verso cittadini che in modo allegro vanno a protestare. La rabbia, frustrazione e ingerenza dell’uomo in divisa si scarica sul cittadino. I politici ringraziano e difendono questi gesti brutali. Quest’ultimo è un brutto segno perché, se migliaia di persone vengono aggredite per poter richiamare la attenzione su di un problema importante o i lavoratori manifestano per i loro diritti violati da politiche ingiuste e inutili per lo sviluppo, come potranno esporre il loro dissenso?

Manifestare è un diritto inalienabile, l’uomo non può in un paese come l’Italia sopravvivere e accollarsi sulle proprie spalle tutto il peso degli errori di politiche sbagliate e di politici corrotti, bensì deve essere la politica a dare risposte concrete nel soccorrere gli italiani e andar a prendere soldi nelle tasche dei ricchi, nel far pagare alla Chiesa tutte le tasse dovute, di andar a ottimizzare i costi della politica e di migliorare la gestione della amministrazione pubblica.

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